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quando sono arrivata nella casa in cui vivo ancora adesso, una delle prime cose che ho fatto è stato aprire le finestre. due, grandi.
era inizio novembre e l’aria era ancora piacevole.

nell’intercapedine della finestra ho visto che c’erano delle coccinelle. mi sembrava un posto angusto per le coccinelle e ho sperato quindi che con la finestra aperta potessero andare verso migliori lidi.

e invece sono rimaste lì. anzi, alcune coccinelle sono rimaste lì, altre hanno preso posto in posti diversi della stanza: il davanzale della finestra, il muro dove poggia il letto, il mobiletto con le riviste.
ogni volta che apro la finestra prendo un foglio di carta, ci faccio salire le coccinelle e faccio vedere loro cosa c’è fuori, caso mai nel frattempo avessero cambiato idea.
a volte vanno fuori, a volte si rimettono tranquille nell’intercapedine.
ma a volte mi capita ancora di trovarne una sul davanzale, una sul muro dove poggia il letto, un’altra sul mobiletto con le riviste.

resistono, resistono tutte. anche quelle nell’intercapedine della finestra.

e ieri ho realizzato, allora, che a berlino le coccinelle sopravvivono all’inverno.

e se ce la fanno loro, se ce l’hanno fatta loro, ce la posso fare anche io a sopravvivere all’inverno berlinese.

dico “ce la posso fare” perché è ancora inizio marzo e a volte fa freddo come a gennaio.

e come a gennaio, a volte è difficile. ma meno.
e come a gennaio, a volte è più leggero. però di più.

forse non sapremo mai dove vanno le anatre del laghetto di central park quando viene l’inverno e si ghiaccia tutto, ma adesso almeno sappiamo che le coccinelle di berlino sanno cosa fare quando viene la neve e il freddo.

e adesso, forse, un po’ lo so anche io.

ventiquattrodicembre2013

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(Torre Ovo, ventiquattrodicembre2013)

sono al mare e non c’è nessuno

solo il rumore delle onde.
io e una penna, che scrive male.
io e la reflex, che funziona uno scatto sì e uno forse.
io e le cose da mettere in ordine, la lista delle cose da fare e quelle da migliorare. cosa togliere e cosa tenere.
come mi vedo da qui a dodici mesi.

voglio tornarci l’anno prossimo e vedere che persona sono diventata e capire se star qui al freddo sia servito o meno.

i miei trent’anni che sembrano i diciotto, con la testa ancora confusa e mille idee che boh, forse è il caso di abbandonare.
quest’anno voglio essere felice, ma felice davvero.

lavoro: darsi una mossa. aggiornare il cv prima di tornare a milano. essere più accomodante. non odiare.
progetti paralleli: trovarsene uno, con a. magari.
passioni: mantenerle e ampliarle. andare alle mostre, vedere i film, cucinare, piantare, viaggiare.
affetti: tenerseli stretti, senza risparmio.
amore: vedi sopra, essere felice. g. g. g., ma con il rispetto di me stessa. provare a divertirmi un po’ in giro. trovare gente speciale, che mi faccia bene, senza etichette.
stabilità: forse un miraggio, forse no. arrivare a marzo con un’alternativa.
famiglia: esserci di più, con la E maiuscola.
me stessa: volersi bene, prendersi il tempo per pensare a quello che sto facendo senza rimandare, senza procrastinare. ecco sì, procrastinare un po’ meno. imparare a prendere le decisioni in maniera autonoma. saltare, senza reti. fidarsi in maniera oculata. bestemmiare meno. bere meno. prendersi bene. farcela.
altri: parlare meno ma meglio. rispondere alle mail, telefonare, partire per abbracciare le persone. invitare la gente a cena.

sono le 11.36 e sta spuntando un timido sole, mi sistemo la sciarpa e mi faccio accarezzare dal vento.

chi sono, cosa ho costruito, cosa voglio fare.

me lo devo domandare ogni giorno, per non rendere vano nessun minuto speso.

la vigilia di natale del 2013 ho preso la macchina e sono andata al mare, con un foglio e una penna. la penna non scriveva per cui ho preso queste note sul telefono, e l’unica volta che le ho rilette era giugno.

non sono brava a fare i buoni propositi perché mi conosco, sono pigra.
pigra nello sceglierli i buoni propositi, e ancora più pigra per portarli a termine.
preferisco i desideri e gli impegni. preferisco ora fare i conti e vedere cosa sono stata capace di fare.

la refelx (analogica) non funzionava perché aveva la batteria scarica. le cose che ho provato a piantare e curare non hanno fatto una buona fine. progetti paralleli, nessuno. viaggi, nessuno. di bere meno non mi è riuscito, neanche di bestemmiare meno.

ma un salto grosso l’ho fatto e di felicità ne ho assaggiata. più di quanto potessi immaginare.

sono tornata al mare, il 22 dicembre di quest’anno a fare la stessa cosa.

ATTENZIONE, segue spoiler.

(Torre Ovo, ventiduedicembre2014)

(Torre Ovo, ventiduedicembre2014)

Nessun intento da parte mia di fare cattiva pubblicità ad un locale. Sono stata assicurata dalla direzione del locale sul fatto che l’episodio cui ho assistito deve ritenersi malinterpretato e che sono stati solo posti in essere i rituali controlli sugli ingressi, a tutela della sicurezza del locale.

ieri sera ero al Rocket per presentazione di un disco. dentro musica alta, siamo anziani e aspettiamo fuori l’inizio dello showcase. chiacchiere, tempo ingannato. ad un certo punto si avvicinano due ragazzi, di cui uno di colore. il buttafuori li guarda e dice “non potete entrare: festa privata”. ci sono più di dieci persone fuori che assistono alla scena. da dentro arriva un cenno e il buttafuori prova a correggersi dicendo “ok, ma giù è ancora chiuso” facendoli così entrare nel locale.

a me sale subito il sangue al cervello. “no aspè ho capito male. ha davvero detto ‘festa privata’? no. non ci credo”. razzismo al Rocket? alla chiesa hipster di MilanoSud? ma veramente? eh, veramente.

la mia amica due minuti prima di ‘sto fatto mi racconta che la settimana scorsa è successa la stessa cosa, con la differenza che il ragazzo di colore non è entrato al Rocket. non l’hanno fatto entrare.

ma veramente? al Rocket? A Milano? veramente.

parafrasando una vecchia, amarissima, battuta “Perché Ray Charles e Stevie Wonder non possono vedere concerti al Rocket?”.
eh.

::::

edit 18/04/2012 ore 18:40 leggete qui

“con la u”

era il 16 settembre 2004.

avevo appena iniziato il terzo anno di università. qualche amico partito in erasmus, la bici era già arruginita ma la usavo di più.

in sala computer, lasciando il tesserino, potevi starci mezzora, andare su internet, stampare il materiale per le lezioni, ma non potevi andare su messenger. potevi però aprirti un blog. e allora ho aperto un blog. su splinder. e il primo post l’ho fatto in serata, quando la connessione era libera dalle 20 alle 8, con il portatile di mio fratello nell’oretta a me dedicata.

il mio blog si chiamava come un pezzo dei Jethro Tull, ho avuto una tardo adolescenza molto prog. e quel pezzo dei jethro tull e quel blog sono un po’ il perché mi chiamo uonder, con la u.

a rileggere le cose scritte mi viene un sorriso, è un po’ come riaprire i diari del liceo, hai quasi paura a farlo ma quando inizi non riesci più a staccartene.

e insomma, oggi quell’era si chiude e a ripensarci un po’ mi dispiace.

ciao Splinder, è stato bello.

 

leggero.

(Ho rubato il pc a mio padre.)

Sono davanti al caminetto e mangio le olive. Nere, fatte col sale. Buonissime. Dovrei darmi una mossa e prepararmi perché tra un po’ arrivano gli amici e stiamo qui a casa mia, facciamo le bruschette e la carne sul fuoco, ci sarà vino, chitarre e forse un violino. Bello.

Ad ogni modo, questo vorrebbe essere il post di fine anno, per il quale ho appunto rubato il pc a mio padre.

Non voglio fare bilanci né buoni propositi, sono pigra per fare entrambi. E poi lo so che i bilanci non sono mai definitivi e che i propositi restano disattesi. Solo una cosa voglio portarmi come desiderio per l’anno nuovo (insieme ad altre cose, piccole, come vedere quel posto o andare lì) che nasce come risposta a questo 2011 buffo, complicato, intenso. Solo una cosa: avere la testa leggera e scegliere. Scegliere davvero, sapere dire di no e di sì, essere leggera.

Poter scegliere, per bene, le cose belle, e dire poi di sì alle cose belle.

Essere leggera.

Buon duemiladodici.

Bisestile.

Non c’avevo pensato.

Aiuto.

e poi c’è questa cosa di mordere la falange, la prima, dell’indice sinistro. e di respirare forte e finire con un sospiro. come si fa per zittirsi o per minacciare qualcuno di non far parola di quello che si è detto.

ho quasi i segni degli incisivi sulla falange dell’indice sinistro. potrei sapere qualcosa in più sugli incisivi se solo mi sforzassi a recuperare le informazioni immagazzinate da qualche parte.

fatto sta che mi mordo le dita, qui sulla sediolina e pulisco gli occhiali, prima i rossi, quelli da vicino, poi i neri, quelli da lontano. e sospiro tantissimo e se non fosse tardi mi farei un caffè. e mi mordo la falange e resto buonina.

e me ne accendo una, piccola, che si incastra in mezzo ad altre falangi, sulla mano destra. e se fossi capace farei gli anelli di fumo ma non ci riesco.
come tante cose che vorrei.