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mirror

piove. a Milano oggi piove. dopo un po’ di tregua è ritornato il febbraio così come ce lo ricordavamo con il grigio, l’umidità e i suoi 7 gradi.

sto ascoltando The Velvet Underground & Nico, ché ogni tanto fa bene riprendere le cose che ascoltavi anni fa, è consolatorio. questo è uno degli album-certezza, uno che non ti sorprende più perché ne conosci a memoria ogni singolo passaggio ma allo stesso tempo ti piace sempre un sacco. ha i suoi anni e li dimostra tutti, ha le sue atmosfere di riferimento, le sfumature lisergiche del periodo, la morfina, la voce agrodolce di Nico e il giubbotto di pelle di Lou Reed (che secondo me è ancora lì ad aspettare lo spaccino).

nel corso degli anni ho avuto il mio brano preferito dell’album. prima era “Femme Fatale”, la cantavamo in spiaggia con la chitarra e il vino scadente, sentendoci dei maledetti sotto le stelle e con la sabbia sui piedi. poi c’è stato il periodo di “All Tomorrow’s Parties”, ascoltata in cuffia stesa a letto dopo una serata devastante – era la canzone dell’hangover. c’è stata ovviamente “Heroin”, che strimpellavo sulla chitarra di mio fratello di nascosto. con “There She Goes Again” ci facevo i coretti con la spazzola in mano, come se fosse un microfono.

nonostante questo, però, un sapore sempre bello e sempre unico l’ha conservato e lo conserverà “I’ll be your mirror”.  quando Nico dice I find it hard to believe you don’t know the beauty you are/But if you don’t let me be your eyes, a hand in your darkness/ So you won’t be afraid a me viene sempre da piangere. no ok, non esageriamo, ma mi fa sempre un effetto di foglia secca accartocciata che si rompe. è un verso di una bellezza incredibile, descrive quello che per me può essere l’amore, che ancora non l’ho ben capito ma sto cercando di sviluppare alcune teorie. può davvero significare far vedere ad una persona a cui tieni quanto bella è? dimostrare le cose belle che l’altra persona ha attraverso i propri occhi?

l’amore è davvero una mano rassicurante nel buio?

non lo so. so che non è solo questo, è chiaro. ma è un punto di vista interessante. e la voce di Nico lo rende assolutamente reale o, volendo, una possibilità concreta tra altre possibilità più discutibili, come le farfalle nello stomaco. e la riascolto a ripetizione, ché un po’ scalda e un po’ fa pensare. ma quello dipende dal fatto che ammettere che l’amore quello vero esista e sia fatto di piccole cose mi spaventa e allora torno con i piedi saldi a terra a continuare a pensarci su. e credo che questo rimanere costante nel beneficio del dubbio sarà la mia ancora di salvezza.

e allora cosa porto a casa oggi?
“sarò il tuo specchio, rifletterò il bello che sei, nel caso tu non lo sapessi”. sì, questa è ad ogni modo una cosa tanto bella.

I want to hold your hand

a me piacciono i Beatles, mi piacciono molto e non me ne vergogno affatto. è decisamente molto “rock” ammettere di preferire i Rolling Stones, dichiarare che John Lennon scriveva delle canzonette pop o dire che sono stati un fenomeno commerciale. ma nella vita bisogna prendere posizione e la mia è molto semplice e chiara: mi piacciono i Beatles.

c’è un’altra posizione molto “rock” secondo cui le prime canzoni dei Beatles sono canzonette e che si può iniziare a ragionare da “Sgt Pepper’s” in poi. ecco, riconosco la grandezza di quell’album e la rivoluzione che ne è derivata ma non basta. a me piacciono tanto anche le prime canzoni, quelle da Red Album, insomma.

e sono proprio quelle che sto ascoltando adesso. (premessa fondamentale è che la musica che ascolto non deriva mai, o almeno capita molto raramente, da una scelta casuale: è tutto abbastanza pensato in modo da assecondare il mood imperante e coccolarlo come si deve. la musica è una cosa seria e anche il mood lo è.) Do you want to know a secret?, Eight Days A Week, I Feel Fine. cose così. perché? perché c’è una domanda che mi ritorna in mente ciclicamente Perché le cose non sono così semplici come nelle prime canzoni dei Beatles? che poi in realtà, è una domanda che si potrebbe estendere a tutta la produzione di meravigliose canzoni pop degli anni 60, a tema squisitamente amoroso. la conquista, il corteggiamento, la dichiarazione. tutte cose tabù allora ma così semplici, senza fronzoli: mi piaci e voglio che tu lo sappia. ti amo, 8 giorni la settimana.  sono innamorato e sto bene. diamine.

perché (mi) è difficile dire “voglio prenderti per mano?”

[senza titolo, per fortuna]

continua la saga delle canzoni-persone. perché è proprio come la stramaledettissima madeleine di proust, ne assaggi anche un pezzettino per caso e giù con il misto di farina, uova, burro, latte eccetera a ricordare la prima volta che l’hai mangiata.

stavolta la questione è poco edificante (ché uno ci tiene un po’ a salvaguardare una certa decenza, una certa cortina di pseudo autorevolezza su quelle due cose in croce) perché la canzone in questione è “Me Voy”, di Julieta Venegas e ad occhio e croce era il 2006, saltata all’occhio per caso dieci minuti fa.

tanto bellino lui, con gli occhi grigi e i capelli ricci, con l’orecchino più bello del mondo e l’abitudine di rimproverarmi perché per colpa mia e delle nostre chiacchiere gli si spegneva la sigaretta fatta con il  golden virginia verde.

a lui piaceva, e la cosa mi sembrava sempre tanto strana. poi però ho capito perché. a me ha preferito una spagnola.

e così capita che incappi per caso in una canzone.  ed esattamente come la madelaine di Proust, quell’inizio di chitarra, la batteria o il testo ti fanno fare un collegamento. spesso ti fa ricordare di quando li hai visti dal vivo, o di quando eri a casa a leggere e ti faceva da sottofondo. altre volte invece ti fa pensare ad una persona, più o meno speciale, più o meno importante e ti fa venire un sospiro.  e il fatto strano è che si tratta di canzoni indie. io e canzoni indie.

nello specifico oggi ho visto nella home di facebook un video di una canzone, Fluorescent Adolescent degli Arctic Monkeys – questa qui:
forse incautamente ho premuto play, assolutamente consapevole di quello che sarebbe accaduto. ecco, questa canzone mi fa ricordare di una persona molto speciale e molto importante. una persona che mi piaceva tantissimo e, per quanto mi sforzi di convincermi del contrario, mi piace ancora adesso e non so se ho voglia di smettere.  fossimo stati davvero insieme potrei dire che è stata la storia più lunga della mia vita, ma posso dire solo che è stato un periodo lungo di cose belle e cose meno belle, di treni, aerei, birre, cibi etnici, capitali europee, sorrisi e tante cose che rifarei senza pensarci due volte. c’è un’altra canzone che mi fa ricordare di questa persona, forse perché due giorni dopo averli visti dal vivo avevo un aereo per andarlo a trovare. e forse anche per un altro motivo – No I in Threesome, Interpol .

poi c’è It Ends With A Fall – Okkervil River, questa qui:
altro ricordo, altra persona.  niente di tanto importante, ma una bella sfida vinta per me, una cosa che mi fa dire che se voglio ce la posso fare a fare cose diverse dalla mia media. faceva caldissimo, era un afoso luglio, i miei capelli erano tanto lunghi e al magnolia facevano le belle serate che finivano alle 4 del mattino e ti lasciavano con la fame addosso. e comunque, peccato sia durato tutto troppo poco.

e adesso ascolto a ripetizione Horchata – Vampire Weekend. con la testa poggiata sulla mano sinistra, il sospiro facile.
c’è anche qui un collegamento con una persona. ma è ancora presto per fare una lista definita di cose associate. forse un divano, una serie di bottiglie vuote, gente felice, voglia di non tornare a casa. continuo ad ascoltarla e chi vivrà vedrà.
ah sì, è questa

e io la ascolto in loop.

shining

leggo su friendfeed di “A Qwerty Story” : raccontare una storia in 26 parole utilizzando una sola volta e nell’ordine, tutte le lettere della tastiera.

ecco il mio tentativo.

“Qui, Wendy!”, Era ritornato, Torrance, yankee. Un incontro oltremodo pericoloso, a sorpresa. Danny, figlioletto, girovagava. Hotel. Jack, kamikaze lanciato, zelante. X chi vuole bobine nettamente movimentate.

http://aqwertystory.blogspot.com/2010/11/water_19.html

sossoddisfazioni.

giuro

che riprendo a scrivere.

giuro.

tell me why

l’orologio sul pc segna l’01:02.

fa caldo, ho sonno, è tardi. ci sono insomma tutti gli elementi per spegnere il computer e mettersi a letto a cercare di combattere l’afa e dormire. però è solitamente in momenti come questo che l’urgenza di scrivere è maggiore della somma di tutti gli altri fattori esterni che farebbero propendere per l’abbandono.

ci sono un po’ di domande che mi girano in testa stasera. tipo
perché ci confidiamo con un’interfaccia sapendo che nessuno o quasi verrà a leggere quanto scritto
perché i tipi (questa non la commento, è lunga) della mia amica mi scrivono in chat chiedendomi anche consigli su cosa fare con lei (e questo è un perché che si può ampliare fino ad un perché tutti si vogliono confidare con me e tirarmi in mezzo a cose delle quali non è che non me ne frega niente ma che senza le quali sto bene lo stesso)
perché quello non ha ancora risposto alla mia email
perché lavano OGNI SERA questa cavolo di strada sotto la mia finestra
perché abbiamo bisogno di cambiarci i vestiti per dormire
perché la mia stanza è SEMPRE in disordine.

sul primo punto credo si tratti di mancanza di volontà di parlare di alcune cose alle persone. ad esempio, gran parte di questi perché a cui sto pensando stasera non interesserebbero a molti. oppure non mi interessa l’opinione semplicemente perché è prevedibile:
perché#1: “sei una nerd, uonder.”
perché#2: “sei affidabile, uonder. e poi tranquilla, la tua strada è quella dell’amicizia” (grazie)
perché#3: “naaaa tranquilla. smettila di pensarci e vedrai che passerà. e poi basta eh con ste cose.” (passerà? cosa? e poi che vuol dire basta?argomentate. fatemi cambiare idea. mettemi in discussione. cribbio)
perché#4: “abiti in centro, uonder..se non puliscono lì dove lo devono fare?” (eh ho capito ma turni settimanali come nel resto della città no eh? datemi dei tappi, voi del comune di milano ché devo dormire)
perché#5: “niente di meglio a cui pensare eh uonder?” (…)
perché#6: “ahahahah è veroo ahahahah” (grazie part II).

insomma, le persone loro malgrado sono spesso prevedibili..ma sono loro ad essere prevedibili o la prevedibilità altro non è che il risultato, una media magari, dei giudizi che le persone “normalmente” darebbero ad un dato fatto? e se così fosse dov’è il valore aggiunto dell’amicizia? nel fatto di non dover perder tempo a dare definizioni perché in passato sono già state prese le misure di noi, della nostra interazione e delle parole da usare? e se fossi io ad essere prevedibile? così prevedibile da immaginare le reazioni delle persone ad un mio atteggiamento/comportamento?

e se invece fosse solo ora di spegnere tutto e andare a dormire?

e gli altri punti? la questione del pigiama mi attanaglia da tempo, ad esempio. sul disordine continuerò a farmi domande, lo trovo catartico. sulla tendenza ad attirare i cosiddetti “pipponi” non so dare una risposta univoca: o vogliono farmi fare la parte dell’ariete che sfonda il portone del castello o la mia opinione interessa davvero così tanto a così tante persone. il “caso quello” è materia da psichiatri. o da sceneggiatori di soap opera (ripensando alle mie vicende mi viene da pensare che da piccola ho visto troppo beautiful). i rumori della pulizia della strada possono essere isolati, risolvendo il problema senza indugiare troppo sui motivi, diminuendo però il divertimento, forse.

posso ritenermi soddisfatta? beh l’orologio sul pc segna l’01:32, pensavo peggio.., quindi sì. posso ritenermi piuttosto soddisfatta.

da uonder, sconclusionata prevedibile inconcludente, dovrebbe essere tutto

‘notte!

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