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“con la u”

era il 16 settembre 2004.

avevo appena iniziato il terzo anno di università. qualche amico partito in erasmus, la bici era già arruginita ma la usavo di più.

in sala computer, lasciando il tesserino, potevi starci mezzora, andare su internet, stampare il materiale per le lezioni, ma non potevi andare su messenger. potevi però aprirti un blog. e allora ho aperto un blog. su splinder. e il primo post l’ho fatto in serata, quando la connessione era libera dalle 20 alle 8, con il portatile di mio fratello nell’oretta a me dedicata.

il mio blog si chiamava come un pezzo dei Jethro Tull, ho avuto una tardo adolescenza molto prog. e quel pezzo dei jethro tull e quel blog sono un po’ il perché mi chiamo uonder, con la u.

a rileggere le cose scritte mi viene un sorriso, è un po’ come riaprire i diari del liceo, hai quasi paura a farlo ma quando inizi non riesci più a staccartene.

e insomma, oggi quell’era si chiude e a ripensarci un po’ mi dispiace.

ciao Splinder, è stato bello.

 

leggero.

(Ho rubato il pc a mio padre.)

Sono davanti al caminetto e mangio le olive. Nere, fatte col sale. Buonissime. Dovrei darmi una mossa e prepararmi perché tra un po’ arrivano gli amici e stiamo qui a casa mia, facciamo le bruschette e la carne sul fuoco, ci sarà vino, chitarre e forse un violino. Bello.

Ad ogni modo, questo vorrebbe essere il post di fine anno, per il quale ho appunto rubato il pc a mio padre.

Non voglio fare bilanci né buoni propositi, sono pigra per fare entrambi. E poi lo so che i bilanci non sono mai definitivi e che i propositi restano disattesi. Solo una cosa voglio portarmi come desiderio per l’anno nuovo (insieme ad altre cose, piccole, come vedere quel posto o andare lì) che nasce come risposta a questo 2011 buffo, complicato, intenso. Solo una cosa: avere la testa leggera e scegliere. Scegliere davvero, sapere dire di no e di sì, essere leggera.

Poter scegliere, per bene, le cose belle, e dire poi di sì alle cose belle.

Essere leggera.

Buon duemiladodici.

Bisestile.

Non c’avevo pensato.

Aiuto.

e poi c’è questa cosa di mordere la falange, la prima, dell’indice sinistro. e di respirare forte e finire con un sospiro. come si fa per zittirsi o per minacciare qualcuno di non far parola di quello che si è detto.

ho quasi i segni degli incisivi sulla falange dell’indice sinistro. potrei sapere qualcosa in più sugli incisivi se solo mi sforzassi a recuperare le informazioni immagazzinate da qualche parte.

fatto sta che mi mordo le dita, qui sulla sediolina e pulisco gli occhiali, prima i rossi, quelli da vicino, poi i neri, quelli da lontano. e sospiro tantissimo e se non fosse tardi mi farei un caffè. e mi mordo la falange e resto buonina.

e me ne accendo una, piccola, che si incastra in mezzo ad altre falangi, sulla mano destra. e se fossi capace farei gli anelli di fumo ma non ci riesco.
come tante cose che vorrei.

quattrottobre

senti come suona bene.
“quattrottobre”, tutto attaccato.
come “quattraprile”, il compleanno di davide.
non come “quattroluglio” che ha una maestosità che noi non possiamo capire.
però come “quattragosto”.

“quand’è che parti?” – “il quattragosto, ho il treno. che fa tutte le fermate”
“dai son contenta” – “eh anche io, non sai quanto. vedremo, vedremo”
“beh allora buon viaggio, fammi sapere. ci conto” – “non mancherò”
“ciao” – “cià”

una sediolina, comoda comoda.

me ne sto qui in silenzio. buonina. come mi hanno insegnato da piccola, a stare al mio posto, seduta composta con le gambe dritte. la schiena dritta no, quella non l’ho mai avuta. e le gambe adesso un po’ si inclinano sotto la scrivania, si accavallano, col tempo hanno perduto l’iniziale compostezza, per mera sopravvivenza mi piace pensare.

però, anche se disordinata, me ne sto buonina, non alzo la voce. per decenza, per rispetto. per dei pensieri che no, non si possono e non si devono condividere, non ora.

poi mi chiedo se è giusto o sbagliato (dipende dai punti di vista) tenere a bada i pensieri e gli slanci e stare qui a guardare le cose accadere così, da lontano, senza poter fare niente, seduta buonina sulla mia sedia. potrebbe essere il più grosso sbaglio o il più grosso rimpianto allo stesso tempo. o magari la mossa vincente. non posso saperlo. ma non so che fare, prendo atto della voglia che ho di capire di tornare indietro di rifare. ché guardare da lontano mi deve continuare a star bene sì, l’ho capito. ma inizio a stancarmi.
sarà la miopia.
signoramia, non sa quant’è difficile e stancante per i miopi guardare lontano. specialmente quando no, non ti puoi avvicinare. è un problema di messa a fuoco, sa? una mia amica che fa l’optometrista mi spiegava quest’estate che la miopia è una questione di messa a fuoco e che con i dovuti esercizi magari, forse, si può superare. quindi mettiamola così, che io adesso resto qui buonina a fare gli esercizi, seduta sulla sedia, composta. con i pugni stretti. a guardare da lontano.

 

no taitol

fatemi parlare con quelli di google.
no, davvero.
mi conoscono davvero, leggono ciò che non esprimo, ma loro lo intuiscono. anzi, lo sanno benissimo.
e me lo dicono così, con involontaria ironia, sottoforma di link correlati al testo di una mail.

il seguente:

Tagli Capelli »
Mani »
Impronte Piedi »
Sudorazione Delle Mani »
Plastica »
Stuzzichini »
Tubi Di Plastica »
Produzione Buste Plastica »

sorrido.

desidero tagliarmi i capelli, e google l’ha capito. non so come, ma va bene. le mani e le impronte dei piedi come segno che ci sono, e c’ha preso. io magari avrei voluto sulla sabbia ché ho voglia di andare ammare, ma pazienza, mica ci lamentiamo.
poi un colpo. sudorazione delle mani. e lo sanno, cavolo che lo sanno che la correlazione con quello che avevo scritto è calzante. mi guardo intorno con sospetto.
tutta quella plastica però non la capisco, non so da dove l’hanno presa. è un velatissimo consiglio?
però gli stuzzichini mi piacciono, ché col vino ci stanno bene, e me li ero dimenticati e magari la prossima volta si fa migliore figura.

ps [ah sì riprendo a scrivere, giuringiurellogiuro]

mirror

piove. a Milano oggi piove. dopo un po’ di tregua è ritornato il febbraio così come ce lo ricordavamo con il grigio, l’umidità e i suoi 7 gradi.

sto ascoltando The Velvet Underground & Nico, ché ogni tanto fa bene riprendere le cose che ascoltavi anni fa, è consolatorio. questo è uno degli album-certezza, uno che non ti sorprende più perché ne conosci a memoria ogni singolo passaggio ma allo stesso tempo ti piace sempre un sacco. ha i suoi anni e li dimostra tutti, ha le sue atmosfere di riferimento, le sfumature lisergiche del periodo, la morfina, la voce agrodolce di Nico e il giubbotto di pelle di Lou Reed (che secondo me è ancora lì ad aspettare lo spaccino).

nel corso degli anni ho avuto il mio brano preferito dell’album. prima era “Femme Fatale”, la cantavamo in spiaggia con la chitarra e il vino scadente, sentendoci dei maledetti sotto le stelle e con la sabbia sui piedi. poi c’è stato il periodo di “All Tomorrow’s Parties”, ascoltata in cuffia stesa a letto dopo una serata devastante – era la canzone dell’hangover. c’è stata ovviamente “Heroin”, che strimpellavo sulla chitarra di mio fratello di nascosto. con “There She Goes Again” ci facevo i coretti con la spazzola in mano, come se fosse un microfono.

nonostante questo, però, un sapore sempre bello e sempre unico l’ha conservato e lo conserverà “I’ll be your mirror”.  quando Nico dice I find it hard to believe you don’t know the beauty you are/But if you don’t let me be your eyes, a hand in your darkness/ So you won’t be afraid a me viene sempre da piangere. no ok, non esageriamo, ma mi fa sempre un effetto di foglia secca accartocciata che si rompe. è un verso di una bellezza incredibile, descrive quello che per me può essere l’amore, che ancora non l’ho ben capito ma sto cercando di sviluppare alcune teorie. può davvero significare far vedere ad una persona a cui tieni quanto bella è? dimostrare le cose belle che l’altra persona ha attraverso i propri occhi?

l’amore è davvero una mano rassicurante nel buio?

non lo so. so che non è solo questo, è chiaro. ma è un punto di vista interessante. e la voce di Nico lo rende assolutamente reale o, volendo, una possibilità concreta tra altre possibilità più discutibili, come le farfalle nello stomaco. e la riascolto a ripetizione, ché un po’ scalda e un po’ fa pensare. ma quello dipende dal fatto che ammettere che l’amore quello vero esista e sia fatto di piccole cose mi spaventa e allora torno con i piedi saldi a terra a continuare a pensarci su. e credo che questo rimanere costante nel beneficio del dubbio sarà la mia ancora di salvezza.

e allora cosa porto a casa oggi?
“sarò il tuo specchio, rifletterò il bello che sei, nel caso tu non lo sapessi”. sì, questa è ad ogni modo una cosa tanto bella.

I want to hold your hand

a me piacciono i Beatles, mi piacciono molto e non me ne vergogno affatto. è decisamente molto “rock” ammettere di preferire i Rolling Stones, dichiarare che John Lennon scriveva delle canzonette pop o dire che sono stati un fenomeno commerciale. ma nella vita bisogna prendere posizione e la mia è molto semplice e chiara: mi piacciono i Beatles.

c’è un’altra posizione molto “rock” secondo cui le prime canzoni dei Beatles sono canzonette e che si può iniziare a ragionare da “Sgt Pepper’s” in poi. ecco, riconosco la grandezza di quell’album e la rivoluzione che ne è derivata ma non basta. a me piacciono tanto anche le prime canzoni, quelle da Red Album, insomma.

e sono proprio quelle che sto ascoltando adesso. (premessa fondamentale è che la musica che ascolto non deriva mai, o almeno capita molto raramente, da una scelta casuale: è tutto abbastanza pensato in modo da assecondare il mood imperante e coccolarlo come si deve. la musica è una cosa seria e anche il mood lo è.) Do you want to know a secret?, Eight Days A Week, I Feel Fine. cose così. perché? perché c’è una domanda che mi ritorna in mente ciclicamente Perché le cose non sono così semplici come nelle prime canzoni dei Beatles? che poi in realtà, è una domanda che si potrebbe estendere a tutta la produzione di meravigliose canzoni pop degli anni 60, a tema squisitamente amoroso. la conquista, il corteggiamento, la dichiarazione. tutte cose tabù allora ma così semplici, senza fronzoli: mi piaci e voglio che tu lo sappia. ti amo, 8 giorni la settimana.  sono innamorato e sto bene. diamine.

perché (mi) è difficile dire “voglio prenderti per mano?”

[senza titolo, per fortuna]

continua la saga delle canzoni-persone. perché è proprio come la stramaledettissima madeleine di proust, ne assaggi anche un pezzettino per caso e giù con il misto di farina, uova, burro, latte eccetera a ricordare la prima volta che l’hai mangiata.

stavolta la questione è poco edificante (ché uno ci tiene un po’ a salvaguardare una certa decenza, una certa cortina di pseudo autorevolezza su quelle due cose in croce) perché la canzone in questione è “Me Voy”, di Julieta Venegas e ad occhio e croce era il 2006, saltata all’occhio per caso dieci minuti fa.

tanto bellino lui, con gli occhi grigi e i capelli ricci, con l’orecchino più bello del mondo e l’abitudine di rimproverarmi perché per colpa mia e delle nostre chiacchiere gli si spegneva la sigaretta fatta con il  golden virginia verde.

a lui piaceva, e la cosa mi sembrava sempre tanto strana. poi però ho capito perché. a me ha preferito una spagnola.

e così capita che incappi per caso in una canzone.  ed esattamente come la madelaine di Proust, quell’inizio di chitarra, la batteria o il testo ti fanno fare un collegamento. spesso ti fa ricordare di quando li hai visti dal vivo, o di quando eri a casa a leggere e ti faceva da sottofondo. altre volte invece ti fa pensare ad una persona, più o meno speciale, più o meno importante e ti fa venire un sospiro.  e il fatto strano è che si tratta di canzoni indie. io e canzoni indie.

nello specifico oggi ho visto nella home di facebook un video di una canzone, Fluorescent Adolescent degli Arctic Monkeys – questa qui:
forse incautamente ho premuto play, assolutamente consapevole di quello che sarebbe accaduto. ecco, questa canzone mi fa ricordare di una persona molto speciale e molto importante. una persona che mi piaceva tantissimo e, per quanto mi sforzi di convincermi del contrario, mi piace ancora adesso e non so se ho voglia di smettere.  fossimo stati davvero insieme potrei dire che è stata la storia più lunga della mia vita, ma posso dire solo che è stato un periodo lungo di cose belle e cose meno belle, di treni, aerei, birre, cibi etnici, capitali europee, sorrisi e tante cose che rifarei senza pensarci due volte. c’è un’altra canzone che mi fa ricordare di questa persona, forse perché due giorni dopo averli visti dal vivo avevo un aereo per andarlo a trovare. e forse anche per un altro motivo – No I in Threesome, Interpol .

poi c’è It Ends With A Fall – Okkervil River, questa qui:
altro ricordo, altra persona.  niente di tanto importante, ma una bella sfida vinta per me, una cosa che mi fa dire che se voglio ce la posso fare a fare cose diverse dalla mia media. faceva caldissimo, era un afoso luglio, i miei capelli erano tanto lunghi e al magnolia facevano le belle serate che finivano alle 4 del mattino e ti lasciavano con la fame addosso. e comunque, peccato sia durato tutto troppo poco.

e adesso ascolto a ripetizione Horchata – Vampire Weekend. con la testa poggiata sulla mano sinistra, il sospiro facile.
c’è anche qui un collegamento con una persona. ma è ancora presto per fare una lista definita di cose associate. forse un divano, una serie di bottiglie vuote, gente felice, voglia di non tornare a casa. continuo ad ascoltarla e chi vivrà vedrà.
ah sì, è questa

e io la ascolto in loop.

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